QUATTRO CHIACCHIERE IN SPENSIERATEZZA

il mondo di stregaluna,un luogo dove rilassarsi e fare quattro chiacchiere in compagnia

GIGANTI BIANCHI

Cammina,cammina,siamo arrivati ,questa volta,in una casa di cavatori.E' inverno.Cade,lieve,la neve.Qui alberga indisturbata la fame.Le condizioni sociali della categoria incidono nei segni evidenti di un abbandono completo.Sono famiglie che,rinserrate in squallidi tuguri,presentano all'occhio del curioso osservatore,un quadro esatto di ciò che,nella realtà è la desolazione,quasi Arce con faccia di sfinge corrosa dalla Sofferenza.
Il cavatore è l'attore principe della scena che non muta da secoli.E' quella del cavatore,la figura umana caratterizzata nella effige del Cristo paziente.E come un Gesù nell'orto che prega,abbraccia la croce del martirio e sale,con la corona di spine,la via del calvario.
Col sudore deve,il cavatore,far nascere il pane per i piccoli rampolli che,sulla porta di casa,al sole,piangono e non sentono ragione alcuna alle buone parole della mamma,secca come una Maddalena.Vogliono pane,questi figli dei cavatori,vogliono un cencio asciutto per coprirsi i corpi denutriti,vogliono acqua per dissetarsi,vogliono caldo per scaldare i loro corpicini intirizziti dal freddo.La casa nella quale siamo entrati,è come tutte le case del cavatore:non c'è acqua,non c'è luce.Su di un letto che si vede bene perchè a piano terra,(è un'unica stanza),dormono in promisquità padre,madre,nonna e figli.
In questa casa,che ha un'età storica,vive ancora una arzilla vecchietta.Ha oltre cent'anni:nonna Pina.Legge senza occhiali e cuce magnificamente.Se ne sta per la maggior parte del giorno,seduta al focolare,ove bruciano gli ultimi resti di un ceppo antico.Al sole,invece ,la nonna resta in estate e qui,con le amiche del vicinato,rimembra il suo passato,quasi magnifico quadro Leopardiano.
Sul camino,affumata,è una lampada ad olio che manda bagliori opachi,in quanto l'olio sta per finire e singhiozza e gela e trema infiammata dall'ultima speranza:quella di essrere alimentata da nuovo olio per non affogarsi nel buio.E per questo,le figure umane davanti a noi,vengono proiettate al muro ,con una diabolica violenza,alterandone forma e colore ,così da renderle ora nere,ora rosse,sbiadite,scarne,quasi mostri preistorici in cerca di riposo e di quiete,mentre si sviluppa una azione tra loro,nuova,combattuta con i volti del duemila.
Abbiamo lasciato,da poco,il centro abitato:una cittadina rumorosa e strana che,dai monti,protende le sue braccia verso il mare azzurro ove galleggiano le vele ed ove sorride il sole anche d'inverno.E' Carrara,roteante,avvolta da moderni lumi al neon ed attraversata da potenti carri carichi di marmo.E' la Carrara capitale delle AlpiApuane.A noi interessava incontrare un mondo nuovo ed è per questo che,mentre i bronzi della vicina chiesa dei frati battono lenti i tocchi dell'AveMaria,abbiamo imboccato una strada solitaria,costeggiata da alberi senza foglie,quasi privi di vita.Siamo arrivati qui,alla prima abitazione del cavatore.
E' sera.La luna parla già con il suo linguaggio,al silenzio degli alberi,mentre gli alberi presentano agli occhi del curioso la loro irrompente figura protesa in alto,in segno di sfida verso le stelle vere,nate al tramonto sui monti apuani,per nascondersi poi,appena il sole nasce.
Si apre la porta di questa abitazione.Lentamente appare una figura alta con capelli arruffati e volto rubicondo.Mani grosse e rudi,irrigidite dal freddo.E' il cavatore che torna alla sua casa.Ha lavorato per un giorno intero.Ora cerca,affannosamente il riposo nella quiete della sua famiglia,per la quale vive e sacrifica la sua giovinezza più bella.E' proprio questo il protagonista della nostra fiaba vera ed a questi ci presentiamo ansiosi di ricerca per il vero,per trarne le dovute note per domani.
E' proprio lui,ansioso di riposo ,che ci invita a sedere su di una sedia ammuffita,ma robusta.Ci racconta che viene da lontano,proprio da lassù,dai monti bianchi che si vedono protendere verso il cielo.Viene da Ravaccione.Ha camminato tanto,insieme ad altri cavatori disposti in fila indiana,con la colazione appesa alla cintura e davanti agli occhi,la figura maschia di speranza nell'avvenire.La cava si trova in alto,ci dice,è quasi a contatto con Dio.E ogni giorno lo vediamo,e parliamo con Lui,il nostro Dio,la sua barba pura,di una immacolata bianchezza,fa dell'Eterno una roccia di sapienza e di tempo.Noi tocchiamo la sua barba e sorridiamo al giorno che nasce.Poi inizia il nostro lavoro di sempre.Anche la "Madonnina del cavatore"ci sorride e ci protegge.Noi lavoriamo accompagnandoci con una specie di canto,espressione dolorosa delle nostre fatiche e sofferenze.

parte seconda
Sul tavolo,intanto,la polenta è già pronta.C'è un fiasco di buon vino.E' felice il cavatore e vuol farci assaggiare questo suo piatto:noi accettiamo.Poi ci avviciniamo al camino,mentre la moglie sparecchia la tavola e tutto intorno c'è ungran freddo,anche lassù c'è un gran freddo per la bianca neve.Il cavatore è stanco,vorrebbe realizzare un suo sogno:lavorare in un mondo migliore,vorrebbe conoscere il mondo nelle sue più complete manifestazioni,ma una strana forza,quasi atavica,lo trattiene per restare fedele amico della montagna bianca.E non deve solo lavorare,ma anche lottare con la morte e la vita,evitando di rimanere schiacciato tra un masso di marmo e l'altro.I figli ,saranno,un giornopiù grandi e diventeranno cavatori come il padre e forse finiranno schiacciati da un masso sotto gli occhi straziati del padre ormai vecchio e dei compagni di lavoro.Questa è la tragica realtà.
Ora si siede.Porta le mani all'altezza delle fiamme del del camino,anche i bambini si avvicinano,quasi a ricostruire una scena familiare di gusto pittorico raffinato che richiama ai tempi biblici quando attorno ai ceppi accesi,si radunavano i familiari a pregare il giorno finito,chiedendo la calma per la notte e un buon inizio,appena il sole si fosse levato.
Dieci anni conta già una bambina,otto il maschietto e l'ultimo venuto strilla sulle braccia della mamma.La nonna Pina ha oltre cento anni ed un tempo lontano insegnava a fare la firma ai suoi alunni.Aveva tanto letto nei suoi ritagli di tempo e molto sapeva sulla letteratura e sulla storia.La bimba siede sulle gambe del padre e il bimbo resta accovacciato ai piedi della nonna.E' un scena familiare che invita alla meditazione.Quadro veramente suggestivo che,impastato con una gamma spettacolare di colori,fa vivere un momento di vita travagliata ma semplice,con una famiglia raccolta su se stessa che ora sorride,ora gioisce,ora piange.La bimba osserva il padre che ha il volto coperto da una lunga barba.Gli parla con le parole infantili di una bambina che,oltre al cerchio delle pareti domestiche non conosce nessuno,tranne i pochi visetti dei compagni di scuola.Dal padre vuole sapere tante cose come perchè lascia soli i bambini nel lettone con la mamma e lui va via prima che spunti il sole,per rientrere poi all'apparire delle prime stelle.Il babbo Pietro;è così che si chiama il cavatore,alla parole della figlia che hannosapore ed interesse di chi vuole indagare per sapere della vita,si fa rosso,si stropiccia gli occhi,guarda il fuoco e poi la figlia,guarda la nonna,ma non sa aprire bocca.Le domande della figlia sono più grandi di lei,ed hanno bisogno di essere contenute nella giusta risposta,quella che la figlia non ha saputo finora.Pietro tace.La nonna che sa tante e tante cose,sa raccontarle ai piccini.Inforca gli occhiali del vecchio marito,per dare un tono austero a quel viso,a quelle rughe a quei capelli bianchi.Con una calma estrema,racconta alla nipotina la fiaba vera dei Giganti Bianchi.Di questa storia sarà protagonista Pietro,il padre,le montagne Apuane,e tanti altri uomini che come Pietro,per vivere, devono alzarsi presto la mattina,salire i monti,lavorare,sudare,soffrire,rischiare la vita ogni giorno.
"Miei cari nipotini-disse la nonna-la fiaba vera dei Giganti Bianchila vivono solo gli uomini già grandi e voi siete ancora piccini per capire certe cose vere del mondo.Non impressionatevi se vi parlo dei giganti bianchi,che voi immaginerete come spettri intenti a rapire i bambini monelli che saltano la scuola.No,piccini,i Giganti Bianchi sono montagne enormi che si elevano fino al cielo per spaventare le stelle!"
La vecchia guarda il fuoco in procinto di spegnersi e pensa un poco alla sua persona che dopo aver resistito a tutte le tempeste della vita proprio come una quercia,deve forse domani,consumarsi ed esaurirsi come quel fuoco diventare cenere.Apre nuovamente le mani.Racconta la fiaba
C'era una volta.....i Giganti Bianchi.Ancora oggi sono forti nella loro superbia e lo saranno anche domani.Sono giganti che hanno l'età del mondo perchè nati con lo stesso Dio.I Giganti Bianchi sono le Alpi Apuane e toccano il voltodel cielo e salutano le stelle e sembrano parlare loro scherzosamente nelle notti con la luna piena.Sono là,guardate,affacciatevi alla finestra,sono fermi e ogni giorno attendono il sole che incendia ogni cosa all'alba,quando dai piedi di questa montagna si arrampicano piccoli esseri che prendono forma.Sono i cavatori.Così è vostro padre che dal lontano borgo sale alla sommità e incontra i giganti bianchi.Ma non ha paura,quando sono lassù,incomincia il giorno anche per questi giganti,che quasi tutti arrivano a toccare l'immenso cielo."
A questo punto,Pietro sorride alla vecchia e continua lui stesso la fiaba."Siamo noi che portiamo la vita tra le montagne solitarie e bianche,che sembrano incappucciate dalla neve anche d'estate.Ogni giorno,da secoli,sulle cime delle Apuane,vi è una popolazione strana,fatta di uomini che sudano,faticano,rischiano la vita,per far mangiare la famiglia che li aspetta a casa.E' gente appartata che vive la tragedia della vita lassù.E per rendervi conto  di ciò che succede lassù ogni giorno,state bene a sentire.
Tanti padroni hanno tante cave di marmo.Molti cavatori lavorano sotto questi padroni.Tra noi c'è l'uomo specializzato per "uccidere"i giganti ed è chiamato"boia del marmo"E' l'uomo addetto alle mine.C'è chi squadra i blocchi caduti dopo l'esplosione,c'è chi ,con la schiena al sole,col martello e scalpello tra le mani segna i limiti ai blocchi scrivendovi poi sopra un numero conpittura rossa indelebile.Tutti  allietano il silenzio cupo della montagna e le grida e i canti sono la vita stessa del gigante bianco.Quando poi la vita non arride al cavatore,e succede molto frequentemente,ecco sciagure e disgrazie.Uno di noi finisce sotto un blocco e la vita resta lì a terra,come una formica pestata da un passante qualunque.Silenziosamente,i giganti bianchi mietono vittime coln la loro rapace gola arsa di sangue e di vendetta.
I Giganti Bianchi non hanno paura del tempo che tutto corrode e distrugge.Temono soltanto i cavatori.
parte terza

Si,può darsi che anch'io domani possa rimanerne vittima,e voi?Chi porterà un pezzo di pane e qualche caramella la domenica?E' triste la nostra vita,ma siamo fiduciosi nel volto di Dio che vediamo ogni giorno,appena inizia il lavoro e la sera quando è tutto buio ed appare la luna.I bambini,la moglie e la vecchia nonna hanno le lacrime agli occhi ma hanno speranza.Allora,nonna Pina,per distogliere i bambini,riprende il racconto quasi sorridendo e carezzando la bambina ora vicino a lei."C'è un trenino!I giganti bianchi hanno un trenino che sbuffa a Fantiscritti,piccola stazione del marmo come quella di Ravaccione a 450metri sul livello del mare.Ma cosa fa questo trenino del marmo,piccolo come un giocattolo se paragonato alle dimensioni dei Giganti?Come fa a trasportarli da una stazione all'altra fino al mare?Non certo li porta in città per andare al cinema o per commettere diavolerie verso i bambini che giocano al cerchio!Il trenino,dovrebbe passare da un momento all'altro perchè ne sento il suo ciuff-ciufff-,è lungo e porta tanti dadi bianchi che sembrano zucchero ma sono marmo.Com'è bello il trenino dei giganti che dal piano fino alla cima dei monti fa quasi diciotto chilometri!Lo vedrete uscire da un buco di galleria per passare su di un ponte,anch'esso bianco candido.Di nero c'è solo il fumo ed il cappello sgualcito del macchinista.Da decine di anni,questo trenino corre e sorride ai cavatori posti ai lati della ferrovia.Passa sbuffando di giorno e di notte sempre portando al piano quei quadretti ,quei grandi dadi che domani si trasformeranno in bambole,guerrieri antichi,in colonne ,in statue di Santi.
Mentre la nonna racconta,i nipotini si affacciano alla finestra e attraverso i vetri vedono lontano il trenino della "marmifera" che passa lasciando dietro sè un fumo nero che si perde e si consuma nello scenario bianco del montew sorridente alle prime stelle.La bambina,che ha osservato il trenino,torna ad accoccolarsi sulle gambe della nonna sempre più incuriosita e chiede al babbo"Ma come fanno i cavatori a tirare i giganti e comandarli fino ad arrivare alle stazioni  per poi essere caricati sui vagoncini della"marmifera?"
"Figlia-risponde Pietro-devi sapere che la storia del marmo ha tante pagine con diverse fasi:c'è l'operazione della "tecchia"che studia la sistemazione della dinamite nei massi per staccarli dalla montagna e farli venire giù,
c'è la taglio col filo elicoidale,per diminuirli di grandezza,c'èpoi la "varata" e infine la "lizzatura.Quindi,prima si taglia il masso col filo elicoidale,poi si fa esplodere con le mine,per sventrarlo e portarlo via dalla immane roccia.Poi,con le funi di acciaio che una volta erano di canapa,viene legato e tirato fino alle stazioni.In passato,questa fase era svolta da decine di coppie di buoi che trascinavano i giganti ormai morenti,con urla e sudore dei cavatori.La figlia,rivolge un'altra domanda al padre,mentre le fiamme del camino ormai morenti,lasciano la sola luce della lampada ad olio.La bambina vuole sapere l'età dei Giganti Bianchi.A questo risponde la nonna,dicendo che i Giganti Bianchi hanno un'età che nessuno può dire di preciso,ma che hanno sulla loro groppa il peso del mondo,essendo nati con esso,creati da Dio in quei giorni di creazione di miracoli e di luce.Nacquero ancora prima della nascita di Cristo,della seconda distruzione di Luni,posta al bacio invitante del mar Tirreno.Ma distrutta Luni per la seconda volta,venne comunque un vecchio con la barba bianca,venuto dalla lontana Magna Grecia,indovinando il futuro e cantando inni di ringraziamento al sole,riportò Luni al suo splendore.Si dice che quella notte,per l'ingordigia degli uomini, e la bella Luni ardeva riflettendosi nel mare illuminando tante imbarcazioni al largo,ci fu questa distruzione e si salvò un solo uomo :Aronte,che trovò rifugio nei monti apuani.Si fece costruire un templio in marmo e continuò a predire il futuro,mentre la gente si arrampicava fino a lui,per inginocchiarsi ai suoi piedi.Gli studiosi hanno osato dire che Aronte fosse un discepolo di Pitagora,mandato da questi a divulgare la tesi pitagorica della vecchia Magna Grecia.
Ora Pietro vuole aggiungere a questa favola,quello che a lui hanno fatto i cavatori vecchissimi.I bambini e mamma Anselma ascoltano:"Michelangiolo era un brav'uomo.Più volte salì in cima ai monti per sedere su di un blocco e incontrarsi con i Giganti Bianchi.Dai giganti scelti da Michelangiolo sono nati capolavori come "La pietà" e "Il Mosè".Michelangiolo aveva una folta barba nera e guance affossate,non perchè non mangiasse,ma per il fatto che quel volto rispecchiava la sua genialità:Quando saliva tra i cavatori,raccontava tante storie e gli stessi cavatori volevano tanto bene a colui che doveva dare al mondo il più grande capolavoro di pittura con "L'universale Giudizio" e con la cupola del maggior templio cristiano nella culla dei Papi.Parlava e mangiava con i cavatori,michelangiolo,osservava appartato in un angolo di cava,il movimento del martello che picchiava sodo sugli scalpalli,dai quali,al contatto del marmo,uscivano scintille vive che parlavano il linguaggio dei forti.Michelangiolo parlava col cuore ,della grandezza dei suoi sogni e tramite i cavatori,comunicava il suo personale linguaggio che era il segreto delle sue opere.Poi Michelangiolo mori
A questo punto la vecchia Pina,vuole continuare il racconto riportando l'attenzione su Fantiscritti.A Fantiscritti-dice la nonna-vi sono le cave più antiche del mondo,infatti gli antichi romani,saliti a tagliare il marmo necessario ai Fori,agli Archi,per le statue di Cesare,di Messalina,di Nerone,scolpirono con il pugnale nel marmo.Anche Michelangiolo,poi firmò sul marmo bianco.Questi rari documenti confermano i primi incontri dei bianchi giganti con i romani.Questi documenti sono ancora presenti all'Accademia di Belle Arti di Carrara.Inipotini seguivano la nonna e vorrebbero sapere ancora,vorrebbero essere parte della fiaba come lo è il padre:Mentre la nonna cerca un bicchiere di acqua per placare l'arsura della bocca,i bambini parlottano tra loro e nella loro mente vedono ancora il trenino con il suo -ciuff-ciuff-che porta i quadratini di marmo a valle.
parte quarta

Vi dirò-piccini-che l'imperatore Federico Barbarossa,nel 1185,volle cedere Carrara e la sue cave al Vescovo di Luni e marmi apuani ,infatti si ritroveranno nelle chiese di Lucca,Pisa,Modena,Firenze,Roma.Ma poi tutte le città d'Italia hanno un ricordo in marmo.Il Pantheon,le Terme,i Fori,il Colosseo di Roma sono tutti fatti con i Giganti Bianchi di Carrara.Che cosa raccontarvi ancora della favola vera?Ah,dimenticavo!Voglio raccontarvi ancora che in gioventù leggevo molto.Dovete sapere che un uomo che cantava scrivendo sulla carta le sue rime per non dimenticarle,arrivò anche lui un bel giorno,attratto dalla visione e dall'interesse,in cima alle Alpi Apuane.Quest'uomo si chiamava Petrarca e quando andrete a scuola conoscerete questa figura assieme ad altri nomi della letteratura.Ebbene,questo Petrarca,arrivato a Capo Corvo,dopo aver costeggiato Porto Venere,cantò un inno magnifico alla città del marmo.Non fu il solo,anche Dante Alighieri,colui che cantò del Paradiso,Inferno e Purgatorio,dalle cime di Fantiscritti mandò al cielo il suo penna di gloria a benedizione di quanto di bello e di grande aveva visto.Nessuno si saziò mai di cantare inni ai Giganti Bianchi.Ma questi ,riconoscenti,hanno subito assunto facce diverse,fermando nel tempo i volti di coloro che furono protagonisti più illustri.
E mentre questi giganti fermano le figure nel tempo,noi,figure umane viventi,ci trasformeremo per ridurci domani nel nulla.
Al focolare ardono i tizzoni con la faccia rivolta all'insù un poco imbiancata dalla cenere da sembrare cannoli di panna esili e gustosi.E contro il muro,sono sempre le figure straziate dalla luce diafana che si muovono in una strana danza,e non si capisce mai cosa abbiano in testa.Sembrano anime vaganti nel buio di una stanza,ma in complesso non fanno paura a nessuno.Neanche i figli del cavatore danno peso a quelle figure.Neanche gli occhi dei presenti si spostano minimamente.La vecchia guarda di tanto in tanto ,con occhio assente,il camino.Davanti a sè è la scena vera ricostruita dal ricordo di una persona cara e dal racconto che suo marito,"il capannaro" delle cave,le fece un tempo,quando ancora lo stesso Pietro non era nato.Questa sera,mentre fuori cade la neve e il freddo si fa sentire più del solito,la vecchia nonna vuole raccontare tutto ai nipotini,perchè un giorno saranno grandi e potranno più facilmente raccontare,anche se a guisa di fiaba,quanto la nonna narra ogni sera."Anche voi avevate un nonnino" e poi continuò"Era buono e stava alle cave,a contatto con i Giganti.Il suo padrone era un ricco signore che aveva una villa con un grande pezzo di bosco.Voleva molto bene al vostro nonno che gli affidò ogni cosa sulle cave ed i cavatori lo chiamavano nonno Beppe"il capannaro".Lo chiamavano così perchè era il padrone delle capanne ove i cavatori andavano a riposare,a lavarsi,a bere un buon bicchiere di vino e,nelle sere di tempesta restavano lì anche a dormire.Nonno Beppe,quando c'era il terribile inverno sulle Apuane,quando lassù non saliva nessuno,se ne passava i giorni allevando un'aquila,si ,perchè lassù vivevano aquile e lupi.Beppe era affezionato a quest'aquilotto e se lo teneva a casa.Con lui si scaldava ogni sera al fuoco del camino,lo nutriva dandogli pezzi di carne,mentre fuori infuriava il temporale.Un giorno il nonno morì e per il dolore,anche l'aquilotto lo seguì.Ora sono tutti e due sotto una croce....
La bambina guarda la nonna.Sta piangendo.Sulle scarne guance vi sono lacrime che non hanno sapore nè lucentezza.Sono lacrime spente su un volto che va pian piano ad esaurirsi e bruciarsi come una candelina davanti al presepe;se non viene sostituita da altre candeline,si spegnerà.Ma quelle lacrime non possono essere sostituite per fare più luce o calore......."E allora,nonnina,ci lascerai anche tu?Epoi chi,per tutte le sere di inverno ci racconterà le belle favole dei Giganti Bianchi?""Bambina,come quel fuoco vado consumandomi,voi,cari nipotini siete l'Aurora,io il Tramonto".
Allora Pietro cerca di far tornare il brio nella famiglia e ,rivolgendosi a tutti raccontò così:"Una fata bianca è venuta un giorno a trovarci lassù,sulle cave.Era come una befana bianca,vagava,vagava e tra le mani aveva un libriccino rosa e sulle spalle un fagottino stretto stretto.Nel librino era segnato un nome e un indirizzo.La birichina,tutta rossa in viso aveva vergogna ad avvicinarsi ai cavatori,ma aveva urgenza di domandare qualcosa ma aveva vergogna.E vagava,vagava nel bianco bosco.La sera,stanca,cominciava a tremare dal freddo e aveva paura del buio.Piano piano,si avvicinò alla porta del capannaro,bussò con una manina.Si sentì una voce dentro rispondere.Si sentì aprire la porta.La luce di una lanterna rischiarò il volto della piccola che,buttato il mantello,battè tre colpi con la bacchetta magica e si trasformò in una bella fatina azzurra.Si avvicinò al capannaro ed entrò.Lui le chiese cosa cercasse quella fatina a quell'ora,sola,lassù.La fatina battè ancora tre colpi con la bacchetta e con un gesto disse."Sono venuta qui perchè sul mio librino c'è il vostro nome e indirizzo,devo lasciarvi questo fagottino rosa.Siete papà!"
Quando il capannaro prese in mano il fagottino,sentì una esile vocina che gridava dei piccoli vagiti.Era la prima bambina che la fatina azzurra gli portava...cercò di voltarsi preso dalla commozione,ma la fatina era già scomparsa lontano.
parte quinta

commenti e saluti